Natale a Genova anni ’60

Il Natale a Genova anni ’60 è il Natale di Harold. La Genova è quella dei vicoli del Centro Storico. E ciò che vorrei sono giorni di festa come quelli, ancora oggi, ancora immutati nel corso del tempo perché non amo le odierne mutazioni. Allora ne scrivo per non perderlo, quel Natale, almeno per non perderlo del tutto.

Scrivo anche sul Natale a Genova per il piacere che mi evoca, per me forte e seducente, e che non può prescindere dalla mia infanzia; scrivo poi sul Natale a Genova perché è tradizione farlo e amo le tradizioni. Per me è un mantra. Ricordo e sto bene nel sapore di una volta.

Erano gli anni ’60 e la mia vita d’allora era nel Centro Storico. All’epoca, in ogni famiglia i festeggiamenti natalizi incominciavano il 1° novembre, giorno dei Santi, e la consuetudine portava sulla tavola pollo e pandolce.

Come ricorda il grande Vito Elio Petrucci in “Cucina e Santi”, l’abitudine a cucinare pollame nel periodo natalizio era un uso antico:

pollame tenuto anche in improvvisati pollai, ricavati in cucina sotto il lavandino, e nutrito ad arte dalle massaie per migliorare il gusto della carne. Una operazione culinaria perfetta.

L’atmosfera che negli anni ’60 si viveva a Natale nei vicoli era intensa ed energica da subito. Il 1° novembre dava inizio a ogni ostentazione di ghiottoneria mangereccia. Drogherie e salumerie facevano a gara per allestire la vetrina più invitante. Si potevano ammirare vere e proprie cornucopie con fiumi di frutta secca e tutto l’occorrente per fare il pandolce. Piramidi di scatolette, per lo più di conserva di pomodoro, apparivano come opere d’arte a esibirsi insieme a salami, prosciutti e vari insaccati. Erano appesi sopra le porte. Il tutto a stuzzicare la voglia di fare acquisti e l’appetito.

Ancora adesso, se si osserva bene, si possono vedere in alcuni negozi le file di piccoli ganci utilizzati per quello scopo. Sono visibili anche in magazzini ora abbandonati o mutati d’uso.

Quasi tutti i negozi avevano ai lati dell’entrata un ramo di alloro. Era anche tradizione dare ai clienti affezionati la così detta “strenna”. Si trattava di un piccolo omaggio per lo più in frutta secca o cioccolata, oppure qualche scatoletta di tonno o piccoli cestini di uva fresca.

Ma non esistevano solo i negozi di alimentari, come potrebbe apparire da quanto ho scritto sinora.  A Genova si badava anche al “sodo”, a ciò che sarebbe durato oltre il tempo di una digestione. Era di moda, ad esempio, l’elettronica. Era un’abitudine consueta regalare una radio nuova e, per chi voleva esagerare, un televisore.

Per le radio e per le apparecchiature fotografiche era d’obbligo andare in Via del Campo o in via Pré. Lì si poteva trovare ogni tipo di apparecchio, per lo più giapponese, oppure i mitici accendini Ronson, vera strenna per i papà.

Come ogni bambino, ero attratto anch’io dai negozi di giocattoli; mi ricordo i grandi magazzini Standa e Upim, per non parlare della Rinascente, dove interi reparti erano dedicati ai giocattoli. Era una festa quando la mamma mi accompagnava per i vari magazzini. Ma erano solo passeggiate senza acquisti. I doni per me e mio fratello venivano sempre comprati nella tabaccheria sotto casa, dalla mitica Tilde.

Un altro negozio dei miei ricordi era Ghigliotti Modellismo in via Scurreria. Già da ragazzino mi piaceva costruire aerei e navi e lì, da Ghigliotti, c’era tutto. Dai semplici modellini in plastica, con gli anni sono passato al legno. Scrivo questo perché, da allora, le scatole di modellismo furono per me i regali di Natale più graditi.

Che altro dire? Io scrivo del Natale con denso ed energico piacere. Ne scriverei a fiumi, ma lo spazio di un articolo è limitato e devo necessariamente limitare il flusso dei ricordi. Ho già pronta una corposa bibliografia che mi permetterà di raccogliere informazioni a tema. Forse scriverò un saggio, un piccolo-grande sogno che mi rode in testa da qualche tempo. Prima o poi lo realizzerò.

Ma torniamo al Natale, al mio Natale, agli anni ’60 a Genova.

Non c’erano i mercatini, questo va detto, almeno come si intende adesso. C’erano però ovunque banchetti di addobbi natalizi e statuine del presepe, non di certo in plastica. Tutto in gesso e vetro, tutto che si poteva rompere e svanire in cocci nella pattumiera. Quando succedeva, era un dramma: sempre la pallina più bella, la più decorativa.

Le venditrici di questi oggetti erano “stagionali”, nel senso che la loro merce variava a seconda delle stagioni e delle ricorrenze. Presenti davanti a ogni Chiesa la “domenica delle palme”, offrivano anche anguria in estate e caldarroste in autunno. Oppure dolciumi e croccanti durante le sagre dell’entroterra. Le incontravi ovunque in versione diversa. Volti familiari. Gente del centro storico. Gente comune.

La verità è che non riesco a non rimpiangere il tempo passato e, d’altra parte, non voglio che la realtà presente lo distrugga. Per questo ne scrivo e ne scriverò ancora.

Harold BruzzoneScrittura Zen Genova

Fra ricordi e fantasia, se amate il Natale, vi suggeriamo ora di leggere gli altri articoli che abbiamo dedicato a questa festività:

Il Natale nei libri: Dino Buzzati

Il Natale nei libri: O. Henry

Il Natale nei libri: Arthur C. Clarke

Il Natale nei libri: Asimov

Anche la prefazione di Girolamo Oss al libro “Al diavolo le parole di Natale” può essere interessante, soprattutto per chi ama il genere “gentilmente trasgressivo”. Ricordiamo che il libro è in vendita in tutti gli store online: Acquista ora.