Il voto, un racconto di Simone Morini

“Il voto” è un racconto di Simone Morini che prende forma da un incipit autorevole: “La Santa” di Gabriel Garcia Marquez, dai Dodici racconti raminghi. Potete leggere altri componimenti del nostro scrittore zen nella raccolta Divagazioni di un pendolare, anch’essi liberamente ispirati da incipit d’autore. Buona lettura!

Il voto di Simone Morini

Ventidue anni dopo rividi Margarito Duarte. Prima della seconda tazza di caffè in uno dei nostri bar di un tempo, mi azzardai a fargli la domanda che mi rodeva dentro.

«Che ne è stato della Santa?»

«È sempre lì la Santa» mi rispose, «che aspetta.»

Era sempre così con Margarito, in ogni sua frase aleggiava un perenne senso di mistero e incompiutezza. Provai con un’altra domanda, sperando che potesse renderlo più loquace. In fin dei conti, dopo così tanto tempo cosa mi potevo aspettare da lui?

Avrebbe potuto accogliermi con una dimostrazione di affetto fraterno, oppure, al contrario, con una totale freddezza, un cinismo, un’indifferenza resa ancora più cieca proprio dalla perduta abitudine di frequentarsi.

Conoscevo Margarito quanto bastava per poter scommettere sulla seconda strada, quella del gelo totale, e i fatti mi diedero ragione.

«D’accordo, la Santa non si è mai mossa da dove era stata messa, ma i fiori che aveva in mano, che fine hanno fatto?»

Lui affondò la faccia nella tazza di caffè. Avrei potuto giurare che nemmeno gli piacesse, era solo la sua scappatoia in quel momento. Era sempre stato abilissimo a scovare vie di fuga in ogni circostanza che non gli andasse a genio, ed erano molte. Quando riemerse dalla sua brodaglia ormai raffreddata, mi guardò esibendo una smorfia che interpretai come un sorriso disilluso.

«Secondo te cosa succede dopo più di vent’anni a dei fiori raccolti?! Appassiscono, rinsecchiscono, finché un bel giorno ti ritrovi a domandarti perché li stai tenendo ancora e se non è il caso di buttarli via una volta per tutte o almeno farne dei segnalibri. All’improvviso, questa ti sembra la decisione più cruciale della tua vita.»

Si interruppe un momento per svuotare di un fiato la tazza, come se anche quella fosse stata un’azione troppo procrastinata nel tempo, quindi riprese a parlare.

«Lo sai che nei cimiteri ebraici non ci sono fiori? Sai cosa mettono sulle tombe? Le pietre! Potrà sembrarti tirchieria, ma non è così. La pietra è quanto di più apparentemente eterno ci sia a portata di mano, è un’illusione di immortalità.»

«Anche la santità e la beatificazione, anche le promesse fatte davanti a un altare dovrebbero essere immortali. Per questo sono qui dopo tanto tempo a domandarti che ne è stato di una Santa.»

Margarito tacque di fronte alla mia risposta secca. Ordinò un terzo caffè, evidentemente era a corto di scappatoie dove immergere quel volto che negli ultimi ventidue anni non doveva aver sperimentato troppe variazioni di espressione. Iniziai a domandarmi cosa stessi facendo in quel posto. Il passato era passato e forse nemmeno da giovani io e Margarito eravamo stati capaci di essere felici.

Avevo sempre sentito dire che le cose non potessero che complicarsi con il passare degli anni. Ciononostante, mi ero ostinata a volerlo rivedere con la speranza che potessimo riavvicinarci, se non per amore, per una qualche specie di assurda fratellanza.

Il cameriere arrivò con il caffè e Margarito ebbe bisogno un’altra volta di tuffarcisi dentro prima di trovare la forza di parlare.

«Ecco la tua Santa» disse improvvisamente tirando fuori dalla giacca una carta arrotolata e ingiallita. Me la porse, io la aprii con cura, come fosse stata una reliquia preziosa. Lo riconobbi subito.

Avevo buttato giù quello schizzo a matita ventidue anni prima e, da allora, non lo avevo più rivisto. Eppure, ne ricordavo ogni dettaglio come ricordavo benissimo quella giornata, l’ultima trascorsa insieme a Margarito. Noi due in giro per la campagna con le nostre biciclette scassate, il temporale che ci aveva costretti a rifugiarci in quella piccola chiesetta in pietra. Lì dentro avevamo visto l’affresco della Santa con i fiori in mano. Ero rimasta folgorata e avevo voluto a tutti i costi riprodurlo con quel poco materiale che avevo con me, mentre lui era corso fuori nel diluvio a raccogliere dei fiori.

«Così la tua Santa avrà fiori veri da tenere in mano.»

Avevano lo stesso profumo della campagna tutto intorno; li avevamo lasciati un po’ asciugare e poi avvolti nella carta che avevo usato per disegnare. Avevamo posato il tutto sull’altare ed eravamo rimasti lì semplicemente a guardarci, come se quello strano bouquet avesse avuto il valore di una promessa reciproca.

«Margarito, che ne hai fatto dei fiori avvolti nel disegno?»

Lui riportò la mano alla tasca con un gesto stanco e la affondò dentro come se la fodera interna fosse stata profondissima. Quando il suo pugno riemerse, teneva stretta una poltiglia dai colori ormai smorti, ciò che restava dei fiori. Li adagiò sul tavolo, accanto a dove avevo posato il disegno, quindi tornò a nascondersi nel suo caffè.

Io rimasi per un po’ a guardare i brandelli di petali sparsi davanti a me. Avevano ancora un lontano profumo di pioggia.

Simone Morini – Scrittura Zen Genova

Foto di Pexels da Pixabay

La prefazione di Harold Bruzzone a Divagazioni di un pendolare di Simone Morini.