Esperto di ebbrezza, racconto di Claudio Luigi Stefano Rava

Esperto di ebbrezza è, dopo Inversione al semolino e Tempo di decisioni, il terzo racconto che vi proponiamo, per iniziare a conoscere un altro dei nostri autori zen: Claudio Luigi Stefano Rava. Buona lettura!

Esperto di ebbrezza di Claudio Luigi Stefano Rava

«Il suo brodo di papaia» disse con aria disgustata il barman del museo di arte antica posando la ciotola sul mio tavolino «si è rovesciato sulla statua di Apollo.»

«È una festa – sbottai – che si aspetta? Incidenti così capitano.»

«Ma lo ha capito o no – ribatté lui – quanto valgono queste opere? E quanto costa restaurarle? Se una di loro si rovina…»

«Stia tranquillo – replicai – si passa un tovagliolo, uno straccio, e si risolve tutto.»

Lui strabuzzò gli occhi, ma prima che potesse insultarmi arrivò Filodemo trafelato: «Vieni, i clienti ordinano, ma il brodo è quasi finito.»

Mi diressi a passo spedito verso la cucina, non senza aver prima ribattuto al barman: «Sentito? I clienti apprezzano.»

Mi misi ai fornelli. Il brodo di papaia era, e resta tuttora, la mia specialità. Lo dico senza falsa modestia, ma anche senza avidità: quel semplice piatto non mi ha solo procacciato fama e fortuna, ma ha anche dato, si può proprio dire, un sorso di gioia a centinaia di devoti avventori. La preparazione è semplice, ma il segreto sta negli ingredienti. E poiché, appunto, è un segreto, lo manterrò tale.

In capo a mezz’ora, un gran pentolone del liquido ambrato e profumato era pronto, e venne generosamente versato nelle ciotole, che in realtà erano calici kylix, com’era consono in quell’ambiente intriso di storia antica.

Mi affacciai sull’uscio che dalla cucina conduceva al locale e al museo, constatando il successo del mio lavoro, e la soddisfazione dei tanti clienti. Mi si avvicinò il barman. «Allora – feci io – come sta Apollo?»

Sospirò: «Sembra che il danno fosse superficiale.»

Feci un sorrisetto: «Cioè si è pulito.»

«Sì, sembra» disse apparentemente scettico, o forse solo restio a darmi ragione. Non mi crucciai: già in passato le feste che avevo organizzato avevano suscitato perplessità o incomprensioni, ma alla fine si erano sempre rivelate un successo. Del resto si sa: essere controversi è un’ottima pubblicità.

«Da quanti anni lavora qui?» domandai al barman.

Lui mi guardò stupito: «Venti, perché?»

«E quando mai avete avuto uno spettacolo simile, prima d’ora?» chiesi, additando con un sorriso gli austeri ambienti museali scoppiettanti di allegria.

«Non ne abbiamo mai avuti» ammise asciutto. Credo che non volesse ammettere che invitarmi per organizzare il catering fosse stata una buona idea, forse si sentiva scavalcato. Non volevo che mi serbasse rancore: strideva troppo col mio buon umore. E poi, vedere un muso lungo a una mia festa mi avrebbe rovinato la reputazione: «Nessuno mette in dubbio la sua bravura – lo rassicurai in segno di riconciliazione – ma io ho molta più esperienza di lei, e ho un talento che nessuno negherebbe.»

Il barman era corrucciato. «Questo museo è diventato il palcoscenico di un baccanale.»

Mi strinsi nelle spalle, ma non mi diedi per vinto. Anzi, gli offrii un calice: «Tenga, ha assaggiato il mio brodo?»

Lui osservò il liquido con sospetto: «Ma non mi farà male?»

«Non ha mai fatto male a nessuno.»

Lui si voltò a guardare l’orda festante, poi, seppure riluttante, afferrò il calice. «Com’è che lo chiamate?»

«Ambrosia» risposi pavoneggiandomi, ma con ironia. Bevve un sorso, e compresi dalla sua espressione che lo aveva apprezzato. «Come si chiama?» gli chiesi.

«Ugo.» Compresi dal suo tono di voce che si stava ammorbidendo. «E lei?»

«Sono il fratello dello sbrodolone» risposi indicando il simulacro di Apollo, che ondeggiava ubriaco. E gli tesi la mano: «Piacere, Dioniso.»

Claudio Luigi Stefano RavaScrittura Zen Genova

Immagine: Bacchanalia (1890) – Henryk Sieniradzki