A ogni diavolo il suo capello, di Daniela Trombetta

Cari lettori, ecco un breve racconto di Daniela Trombetta che preannuncia il regalo che stiamo preparando per voi. Della stessa autrice: Floro D’Avenza, perchè? e Tempo di decisioni. Buona lettura!

A ogni diavolo il suo capello

Quando la giornata parte per il verso giusto, si conserva la buona speranza che il verso non cambi direzione da un momento all’altro, bensì che prosegua la sua strada senza deviazioni incomode.

Se è vero che la speranza è l’ultima a morire, è altrettanto vero che le cose possono cambiare in men che non si dica.

Ti può capitare, per esempio, di ritrovarti in coda alla cassa del supermercato con una lista infinita di prodotti da far passare sul nastro quando, dietro di te, senti la temuta voce che ti dice: «Mi scusi, ho giusto due cose, mi fa passare?»

Tu ti volti e, carico dell’astio sorto da una serie di eventi sgraditi appena vissuti, rispondi: «No, ho fretta, devo andare al bagno.» Una scusa qualsiasi che nessuno oserebbe contraddire.

Tra gli sgraditi eventi, ce n’è uno in particolare che proprio non riesci a mandare giù: il caffè bollente servito al bar. L’ennesimo che ti tocca prendere di corsa ma da cui non puoi astenerti. E non è tanto per il bruciore che provi in gola quando lo ingoi, quanto per il tuo amico barista, un burlone d’altri tempi che non può fare a meno di prendersi gioco di te già di prima mattina, fingendo di rovesciarti la tazzina addosso.

Capisci che i tuoi nervi si stanno scaldando quando il gioco della tazzina si rivela una scottante realtà. Una realtà che, non solo compromette l’andazzo delle ore successive, ma anche il tuo giubbotto di jeans appena comprato sul quale, adesso, sei costretto a vedere un’inopportuna macchia marrone che si estende fino a fondersi con le originarie sfumature del blu e del bianco.

L’episodio del caffè ti perseguiterà per qualche tempo; c’è un momento in cui credi che non ti abbandonerà tanto facilmente. Invece sì, basterà una disastrosa caduta a sostituire, almeno in parte, quel pensiero.

Intento a ragionare su altro, in seguito ti accorgi, non ancora troppo tardi, che il metrò sta per ripartire dalla fermata in cui saresti dovuto scendere. Così ti alzi di scatto e fai appena in tempo a fiondarti fuori. Con la mente ti congratuli con te stesso, ma il laccio della scarpa destra si è impigliato tra le porte della carrozza. Mentre stai per essere trascinato via, la disperazione consapevole ti induce a sfilarti la scarpa per evitare danni irreparabili al tuo corpo.  

È quindi sullo schiacciante stato d’animo di questi ricordi che, sempre in coda alla cassa del supermercato, ti giri di nuovo verso la persona che ha osato porti quell’insolente domanda e, mostrandole il piede scalzo, aggiungi: «Ha mai camminato tutto il giorno in giro per la città con una scarpa sola?»

La vecchietta che regge nella mano destra la pasta sbiancante per la dentiera e in quella sinistra un sorprendente e tecnologico idropulsore per la pulizia del cavo orale, strabuzza gli occhi e confessa: «No, in ottantadue anni di vita, è un’esperienza che mi manca.»

«Per l’appunto, lo sospettavo.» E passi sul nastro il primo prodotto del carrello: una confezione di infusi al finocchio che aumenta la voglia di liberare la vescica.

Finalmente arrivi a casa; tua moglie è pronta sul ciglio della porta ad afferrare le borse della spesa per lasciarti il campo libero verso il bagno. Abbassi i pantaloni e, con una mano appoggiata alla parete, tiri un sospiro di sollievo e ti senti meglio. Specie perché, tra non molto, ti libererai anche della scarpa sinistra per indossare le ciabatte di cui avverti già il comfort e la morbidezza.

Con riluttanza, perché in realtà vorresti che si fosse trattato di un brutto sogno, rifletti sulla fine che può aver fatto la sua compagna destra. Sarà rotolata sulla banchina della fermata successiva? Sarà caduta nel bel mezzo della galleria tra una fermata e l’altra? Chi può saperlo? Decidi che domani andrai a reclamarla al punto degli oggetti smarriti.

Quando ti siedi a tavola per la cena, la tensione svanisce, i nervi si rilassano e la rabbia scivola via. Le permetti di scivolare lontano, come se non dovesse tornare mai più. Infili in bocca una forchettata di penne che, ironia della sorte, sono arrabbiate pure loro, però tu sei determinato nel non farti condizionare dal pizzicante sapore e ti distrai scambiando due chiacchiere con tua moglie.

Una volta che la cena è giunta al termine, lei si trova dietro di te a smanettare con la macchinetta del caffè. Questa volta, lo sai, non ti verrà versato addosso, te lo potrai gustare come non hai fatto con quello del mattino. Ed è su quest’allettante prospettiva che qualcosa ti punge la testa. «Ahi!» esclami mettendo la mano sulla zona dolorante.

«Scusa» ti dice tua moglie, «mi era parso di vedere un puntino rosso.» Ti porge il capello che accidentalmente ti ha staccato. «Non volevo farti male.»

«Non fa niente» le rispondi tu, incurante del puntino rosso che si sta dimenando dentro il piatto ormai vuoto.

Lo sfrigolare dell’acqua bollente che si mischia alla cialda di caffè è la tua unica preoccupazione. Non vedi l’ora di immergervi il cucchiaino e mescolare per far sciogliere lo zucchero. Un’azione banale e, se vogliamo, meccanica, ma preliminare al sorseggiare soddisfatto la bevanda nera che tanto adori.

Tua moglie, spostando il piatto, ti mette davanti la tazzina e, quando pensi che ti stia per dare il cucchiaino, riporta la mano in su per strapparti un altro capello.

«Ma che diavolo…»

«Sì» conferma lei. «È la parola giusta. Guarda qua.» Sul palmo della mano ti indica una piccola creatura rossa con minuscole braccia e gambe. Indossa una tunica scura e impugna una forca; sulla cima della testa distingui un paio di corna. «Sarà meglio che te li tolga tutti» propone tua moglie.

Tu, in silenzio, la lasci fare.

Sai che presto sarai calvo ma non t’importa. Del resto, se puoi fare a meno di una scarpa, perché non rinunciare anche ai capelli?

Così, alla fine, porti alle labbra la tazzina di caffè e sorridi, ricordandoti della povera vecchietta. Quei diavoli ti hanno reso un arrogante e sei felice di sbarazzartene.

Almeno fino a quando i capelli non ricresceranno.

A ogni diavolo il suo capello è un racconto di Daniela TrombettaScrittura Zen Genova

L’autrice fa parte del collettivo di scrittori Floro D’Avenza e alcuni suoi racconti sono presenti nella raccolta Parole in equi-librismo

Foto di Engin Akyurt da Pixabay